We don't need no technic action, Giuseppe Cappello

 

WE DON'T NEED NO TECHNIC ACTION     

Intervento di Giuseppe Cappello, poeta e autore di diverse raccolte per la Aletti Editore, tra cui ricordiamo: "SCUOLA with an anthology in English"; "Il canto del tempo", distribuito in allegato al n°37 della rivista "Orizzonti"; il libro monografico di poesie "Il gioco del cosmo".

L'intervento è stato pubblicato:

- su il "Venerdì" di Repubblica dell'11/12/2015 con una risposta, qui di seguito, di Michele Serra

- e sull’inserto "Donna" di Repubblica del 13/02/2015 con una risposta, qui di seguito, di Umberto Galimberti

 

Giuseppe Cappello:

Peregrinando di anno in anno da una scuola all’altra, proprio sul conchiudersi della mia lunga carriera quindicennale di insegnante precario, ho partecipato recentemente a un collegio dei docenti in un noto liceo classico romano che dovrebbe essere uno dei templi rimasti sull’acropoli della speculazione. E ho dovuto prendere amaramente atto che anche qui la mentalità immediatamente applicativo-produttiva che pervade ormai la nostra società non ha più una resistenza o, perlomeno, un momento di riflessione critica. Pure in quella istituzione, il liceo classico, che dovrebbe fare della schole, il tempo libero dal lavoro dedicato alla ginnastica e all’amabilità del pensiero, la sua bandiera, ha ammainato tale vessillo in una corsa spasmodica di fronte alla nuova parola d’ordine con cui la società totalizzante immediatamente applicativo-produttiva dell’agora sta facendo breccia fino su all’acropoli; di fronte al nuovo grido di battaglia pedagogico della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. Scriveva Gentile: “scuola è lì dove una mente che insegna e una mente che apprende si uniscono in una mente che conosce”. Ecco, anche sull’acropoli, questo versetto della bibbia laica della speculazione risuona come blasfemo. Tutto deve essere rivolto al negotium; fosse pure alle produzioni delle migliori griffe, tutto deve essere subito immediatamente produttivo, applicativo, spendibile. E qui veniamo, per chiudere, alle difficoltà delle nostre società occidentali di questi giorni. Scriveva Hegel che “un popolo senza metafisica è come una chiesa senza il suo altare”. Metafisica ovvero visione; momento teoretico che si fa ethos e anche nell’uomo comune va al di là del momento applicativo-produttivo (fosse solo magari anche per guidarlo; con questa idea Napoleone aveva istituito proprio i Licei in Francia). Bene, credo che se in questo momento storico c’è qualcosa che il mondo occidentale debba temere questo sia proprio se stesso; la sua incapacità a stringersi intorno all’altare della visione; di quella visione che, da Socrate all’Illuminismo, l’Occidente aveva coltivato sul suo altare laico nel tempio sull’acropoli della speculazione. Così ciò che più temo nella sfida che le nostre democrazie hanno di fronte dopo il 13 novembre non sono i terroristi (certo anche quelli) ma il fatto di non trovare più una scuola che preservi la nostra gioventù (e tra questa mia figlia) dal ‘lavoro’ (altro che alternanza!) e si occupi più appropriatamente della sua paideia.

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Risposta di Michele Serra

Penso da sempre che la scuola dovrebbe essere esentata da una doppia ossessione: quella delle famiglie iperprotettive e ansiose; e quella che lei definisce “mentalità applicativo-produttiva”, che inchioda l’insegnamento allo sbocco professionale, secondo il verbo aziendalista che impera ovunque. La prima battaglia è (forse) ancora sostenibile con qualche possibilità di successo. La seconda, come lei amaramente sottolinea, è ampiamente perduta. Poiché a sognare una scuola ‘oziosa’, nella quale si costruiscono educazione e cultura a prescindere dagli sbocchi lavorativi, credo che siamo in pochi. Mi sono spesso chiesto se la mia opinione non sia passatista, nostalgico-reazionaria. Non sono così presuntuoso da gingillarmi nel dubbio privilegio di appartenere a una minoranza sconfitta, ma virtuosa (o peggio: che ritiene di essere sconfitta proprio perché virtuosa). Ma la sua lettera, della quale la ringrazio, mi conferma nella parte più profonda del mio ragionamento ‘anti-aziendalista’. Lei teme, e io con lei, che l’ossessione produttivista levi ‘visione’ alla nostra società. Sono – purtroppo – totalmente d’accordo. Quando si ripete che la prospettiva stessa del futuro è diventata opaca, si sta parlando appunto di una società ‘senza visione’. L’imputazione più grave che si può muovere al capitalismo, specie al neocapitalismo di questi ultimi anni, è di avere stretto il tempo in una morsa che lo comprime al punto di annullarlo. Tutto e subito: era uno slogan (sbagliatissimo) del sessantotto, è diventato il pensiero egemone del produttivismo a tutti i costi. Che poi – ed è il colmo – neppure più produce tutto il lavoro che promette. Tanto che verrebbe da fare la classica domanda provocatoria: ma non potremmo approfittare della crisi almeno per prenderci un po’ di respiro, guardarci attorno, prenderci cura dei nostri pensieri? E quale luogo è più adatto di un liceo (specie un liceo classico) per riprenderci il lusso di un tempo sgombero dal negotium, e consacrato all’ethos?

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Risposta di Umberto Galimberti

Penso come lei che tutte le scuole secondarie superiori debbano essere scuole di formazione, il cui obbiettivo non è quello di addestrare al lavoro ma di formare l’uomo, con l’attenzione rivolta alla sua intelligenza per addestrala al senso critico e al suo sentimento, per renderlo idoneo ad avvertire, anche senza mediazioni intellettuali, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Quando un giovane è formato è anche idoneo ad apprendere qualsiasi attività lavorativa, a partire dalle sue scelte universitarie che lo addestrano a competenze specifiche. Capisco che oggi parlare di formazione significa parlare di qualcosa che non interessa ai genitori, che pensano unicamente all’attività futura che il figlio potrà intraprendere. Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico, rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi l’unico mondo, a scapito del mondo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola, la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia. ‘Con la cultura non si mangia’, diceva un nostro ministro dell’economia. Non è vero, ma anche se lo fosse crediamo sul serio che un popolo possa migliorare, anche economicamente, senza cultura? I paesi avanzati non sono quelli in cui la cultura è più diffusa? Eppure queste considerazioni collassano di fronte all’atmosfera del nostro tempo, che conosce come unico generatore simbolico di tutti i valori il denaro. Il denaro non è di per sé male, semplicemente è il mezzo per acquistare qualsiasi cosa. Ma cosa acquista il denaro che circola in una popolazione colta rispetto a una incolta? Negli anni Sessanta e Settanta, quando la società italiana era un po’ più colta di oggi, si pubblicavano libri che ora non venderebbero neppure una copia (penso a Heidegger, Horkheimer, Marcuse, Sarte, Foucault). Di conseguenza, in un paese di scarsa cultura le case editrici devono piegarsi ad accontentare i gusti un po’ elementari, quando non grossolani, della popolazione, contribuendo a loro volta al decadimento culturale del Paese. Lo stesso può dirsi per il teatro, il cinema, in generale l’arte, che diventa tale solo quando entra nel mercato e si propone come evento. Così il degrado viene alimentato e il fiume dell’ignoranza collettiva si ingrossa, perché a suo tempo la scuola non ha generato una curiosità e una fascinazione per la cultura, dato che la sua preoccupazione è di addestrare al futuro mondo del lavoro. A questo punto diventano inutili il greco e il latino giudicate lingue morte, anche se senza quelle noi occidentali non avremmo avuto accesso all’etica, alla politica, alla democrazia, alla medicina, al teatro comico e tragico. Alle discipline da eliminare si aggiunge la filosofia, che si ritiene egregiamente sostituita dalla scienza, anche se questa non dà risposte alle problematiche più profonde che spesso sia agitano tra i pensieri e i sentimenti dell’uomo. Parlando di alternanza scuola-lavoro, oggi si pensa che le due cose siano alternative e, dovendo scegliere, si preferisce sacrificare l’aspetto formativo a quello che addestra in vista della produttività e della spendibilità immediata del proprio sapere, posto che nel frattempo lo si sia acquisito.

L'intervento sul sito internet di Giuseppe Cappello

http://www.giuseppecappello.it/?p=1422

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