germano bonaveri, reloaded (recensione Vanzella intervista ciccarelli)

Germano Bonaveri, Reloaded, Fonoprint Studios 2018

Recensione di Cesare Vanzella, Intervista di Fabrizio Ciccarelli

 

Può capitare di restare interdetti ascoltando chi prova ancora oggi a mettersi di traverso alle tendenze musicali italiane contemporanee. Bonaveri, che di nome fa Germano, ci prova e ha la capacità di aprire all’ascoltatore spifferi di memoria finendo per rinverdire l’epopea dei cantautori che non dovrebbe essere confinata agli anni defunti delle grandi passioni civili. Oggi la musica italiana non innova, è capace solo di fare eco a se stessa con voci strillanti e look sconfortanti, tanto da far rimpiangere il Piero Focaccia di Stessa spiaggia, stesso mare (1963).

Bonaveri, cinquantenne bolognese, calca da 14 anni le scene musicali e ha al suo attivo cinque album in studio cui aggiungere la raccolta Reloaded pubblicata qualche settimana fa dove rivisita alcuni suoi classici. Nell’album primeggiano i temi cari a questo anarco-poeta che non tralascia la polemica con la canzone Clandestino e che mostra buone letture attraverso rivisitazioni storiche e letterarie (Torquemada,  Le città invisibili). Non manca la vena intimista di Lettera al figlio e la magia di Piccole vite dedicata al suo gatto e in definitiva a tutti quegli amici che ci ostiniamo a chiamare semplicemente “animali”.

Bonaveri mostra una cifra caratteriale che lo porta a costruire con genialità e poi a distruggere la sua creatura appena un attimo dopo. Un esempio è il brano Magnifico che apre questo disco. Canzone stupenda giocata sugli episodi di piccola normalità che costellano una vita. Testo e musica collimano come poche volte accade, eppure Bonaveri squassa questo equilibrio con un verso devastante ricordando come è drammatico “baciarla al momento sbagliato quando alla sera non hai digerito”.

Per fortuna, non sempre il cantautore divora se stesso. Ne è testimone L’indomani, una storia d’amore, di isole, barberìe e cieli senza guai, un lieve brano d’atmosfera lontano anni luce da Stato sociale in cui affonda la spada contro “i padroni dell’informazione, gli illusionisti della realtà”, oppure dall’”Ora dell’ombra rossa” (canzone purtroppo non inclusa nei 18 brani che compongono il disco), trascinante cavalcata contro un sistema che plagia le coscienze iniettando timori e allarmismi.

In definitiva, Bonaveri è tutto racchiuso in queste parole che ama ripetere: “Sarà che altrove il demonio seduce con un pugno di riso che noi gettiamo a un matrimonio: viva viva gli sposi”.

Cesare Vanzella

d. Non facile essere cantautori in questi tempi angusti e, diciamo così, “disattenti”… Siamo tutti “figli di qualche padre: a chi andrebbe il suo affetto nell’ambito delle scelte testuali e di quelle musicali?

r. Amo Calvino, profondamente. Mi piace la sua semplicità di linguaggio e la profondità con cui riesce a sondare gli abissi del nostro vivere. La leggerezza che non è mai superficialità, come insegnava lui stesso. E mi piace il Calvino persona, il Calvino partigiano che scopre il “lancinante mondo umano” durante la guerra. L’artista e l’uomo, che mi piacerebbe potessero sempre essere inscindibili. Amo molto anche Borges, un acrobata del periodo, un giocoliere affascinante dalla mente lucida e tagliente come un rasoio. La poetica di Pessoa, in special modo tutta la parte esoterica, e la sua capacità di usare un linguaggio che è anche metalinguaggio, metafora. La capacità di muoversi con eleganza tra la parte essoterica e quella esoterica con l’eleganza di un pattinatore, che scivola leggiadro sulle parole. Musicalmente è difficile, ho ricevuto molte più suggestioni da artisti diversi. Adoro Beethoven e Tschaikowsky, pur nel disordine dei miei ascolti. Poi Renaissance, Traffic, Jethro Tull, Springsteen. Adoro Brel e gli Inti Illimani, il mondo magico e potente dei Procol Harum, Gianmaria Testa e Gaber.

d. Ascoltando Reloaded mi viene in mente che una volta si parlava di Rock impegnato, Cantautori “senza tessera di partito” e di Progressive anarchico: cosa ne rimane nella sua Idea di Canzone? Speranze, Disillusioni, Meditazioni, Rabbia, Risentimento, e mai Evasione o Rassegnazione…

r. Guccini cantava, correttamente, che “a canzoni non si fanno rivoluzioni”. Viviamo immersi nell’epoca del pensiero unico dominato dal mainstream, e l’artista è diventato vittima del mercante d’arte come predicava già Elemire Zolla nel suo “Verità segrete esposte in evidenza” nel 1990. O piegarsi, quindi, o restare fuori dal circo. Nel disco La staffetta ho tentato di cantare la sconfitta, convinto come sono che risorgeremo dalle ceneri solo quando ci riapproprieremo della nostra condizione (appunto di sconfitti), per tentare di creare da lì, fuori dal circo, le condizioni che suggeriva Calvino nell’ultima pagina di Città Invisibili, cioè cercare chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno. E farlo durare. E dargli spazio. Ricominciare da noi stessi, senza seguire disperatamente il canto delle sirene della patinata e fatiscente deriva di un mondo che non esiste, se non per i pochi, pochissimi che lo abitano. Io non so se mi si possa considerare impegnato. So che tento di non allinearmi alle procedure, tra cui anche quella di chi determina i cliché della musica che si vende oggi nelle radio. Ho scritto anche canzoni vagamente di evasione: Magnifico, Autodafé, Detonazione, La procedura… certamente, però cerco sempre di aggiungere una prospettiva, perché non è sempre così necessario ribadire quello che altri hanno già detto, tantomeno quando non nutro per questi, spesso, particolare stima. Rassegnazione mai. Consapevolezza invece è una ricerca che deve impegnarci ogni giorno. Si assomigliano, ma è una illusione ottica, o al limite un errore di parallasse.

d. Qual è il suo rapporto con i mass media, con la critica musicale, con il pubblico?

r. La critica musicale riflette in larga misura la mediocrazia dominante: gli “addetti ai lavori” sempre più spesso si genuflettono alle regole del mercato, sempre ben disposti verso i fenomeni imposti dal mainstream. Il perché lo conosciamo tutti, per quanto ciascuno di noi finga di ignorarlo: si deve pur portare a casa la pagnotta. Mainstream che ha l’imperativo di proporre orizzonti luminosi e di speranza (vedi talents o reality di ogni tipo) ad una generazione il cui futuro è stato già devastato; che non può progettare una famiglia, figli, figuriamoci una casa; ragazzi ostaggio del nichilismo, disperatamente alla ricerca di un senso in un orizzonte privo di senso. Allora la mediocrità è stata elevata a condizione necessaria e purtroppo sufficiente per avere un piccolo spazio in cui vegetare. Il mediocre è rassicurante, sostituibile e sempre più spesso obbediente. Purtroppo anche i critici e gli operatore del settore culturale in genere sottostanno a queste regole. E la proposta musicale ricalca le stesse logiche stereotipate e collaudate dalla procedura: mediocrità per avere uno standard ripetibile e sottomesso. Mi conceda una battuta, a tal proposito. Una delle piccole regole cui affido la mia condotta recita più o meno così: chiunque riesce a resistere più di cinque minuti con un cretino, è un cretino. Ecco perché non ho mai sgomitato per entrare nel circo e non sono stato molto abile nel curare le amicizie giuste: non piaccio alla gente che piace. Ma veniamo al pubblico: il pubblico siamo noi. Così come siamo noi tutti i critici, tutti i politici… tutto ciò che ci circonda riflette anche parte di ciò che siamo e della condotta che teniamo. Non ce lo dicono spesso, perché questa consapevolezza ci renderebbe più vigili, più assetati di linguaggio e conoscenza, più consapevoli e quindi più liberi. Salgo su un palco perché mi fa stare bene, amo il rapporto che si instaura con le persone e sono riconoscente per quei 90 minuti di attenzione che mi regalano, perché è tempo loro, ed è prezioso. Il pubblico è la ricreazione dell’ego, altrimenti ad uno come me resterebbe solo la vasca da bagno per dare vita e spazio alle mie canzoni.

d. Quali i suoi progetti?

r, Oltre a cercare spazi in cui rappresentare i miei concerti, sto lavorando ad uno spettacolo teatrale, un monologo per la regia di Daniele Sala. Ho quasi terminato di scriverlo, si intitola “Il cretino” e parla di me, della mia vita e di quella sensazione di essere sempre fuori luogo, di avere detto le cose sempre troppo presto, o troppo tardi. E’ una sfida perché io non sono un attore: mi considero un artigiano ex metalmeccanico e mi piace pensare che ciascuno di noi, in fondo, quando rappresenta se stesso in piena onestà intellettuale e sincerità stia facendo arte, convinto come sono che l’arte sia il mezzo per portare chi la fa e chi ne fruisce nel terreno del sacro, ed in quest’era dominata dalla tecnica ce n’è davvero bisogno.

Fabrizio Ciccarelli 

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