john coltrane (ilenia beatrice protopapa)

John Coltrane

Togli quel sax dalla bocca…!

«Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare. Nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre di più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare a vedere allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo».

 

Mi piace cominciare così.

Mi piace (ma non senza - sì, lo ammetto!- un certo metus reverentialis) cominciare con questa sua affermazione a scrivere di John Coltrane. Ed al solo pronunciare questo nome mi verrebbe da fare un inchino in segno di deferenza. Magari, chiedere scusa in anticipo all’inarrivabile e alla sua memoria fatta di amore supremo. Penso, tra l’altro, alla Saint John Coltrane Church, chiesa di San Francisco, nata dopo la sua morte (17 luglio 1967) per opera del vescovo ortodosso, il sassofonista Franzo King, che a San Francisco ne venera il culto insieme ad una folla di fedeli del jazz.

E quando ti ripeti e ripeti, tra te e te, come un mantra, magari ad occhi chiusi, i nomi del primo quintetto di Miles Davis: Miles/Red Garland /Paul Chambres /Philly Joe Jones e lui, John Coltrane, sono guai se te ne scordi uno! E semmai dovesse accaderti che te ne sei scordata uno… non te lo perdoni. E forse finalmente ora comprendi perché, quella volta che non ti venivano i nomi, l’amico esperto di jazz ti ha preso in giro a vita!  

«Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare» …

Profondità spirituale. Gioca Coltrane: in pochi, decisivi anni passa dal bebop al free, senza salti né sottomissioni alle mode. Brucia Coltrane, brucia ogni tappa e fa tesoro di ogni esperienza umana e di ogni acquisizione tecnica.

Figlio di un sarto violinista dilettante appassionato di musica, John Coltrane viveva ad Hamlet (Nord Carolina) e fin dai tredici anni aveva cominciato a suonare il clarinetto ed il sax contralto e poi il sax tenore nelle band delle scuole medie. Non aveva mai pensato alla musica come ad un possibile mestiere. Radicato nel rythm&blues, la partecipazione verso gli inizi dei Cinquanta con partner del calibro di Dizzy Gillespie, Johnny Hodges, Thelonious Monk…

E poi la sua prima attività musicale significativa: nel 1955 la chiamata di Miles (da cui si allontanerà nel ’56 per essere poi richiamato nel ’58), ecco allora il celebre primo quintetto, «credo che sia stato con Miles Davis nel 1955, che ho cominciato a rendermi conto che avrei potuto fare qualche cosa di più». 

Nuovi sentimenti da sperimentare

Esplora Coltrane, esplora l’improvvisazione.  Alla base, l’armonia.

Le frasi lunghe – sheets of sound (lenzuola di note) – e veloci, in cui le note si amalgamano in un glissando infinito dove non manca la forte valenza ritmica, se penso soprattutto alle Ballads (1961) o a My Favorite Things (1961), una musica reinventata, plasmata e modellata morbidamente al ritmo del valzer di Richards Rogers da cui Coltrane aveva ricavato tutto il possibile ma soprattutto l’impossibile! Assoli senza fine, in cui il sax soprano ritornava in auge. Negli anni del bop era già sperimentatore di scale alternative, pentatoniche ed orientali.

E c’è la necessità di purificare sempre di più questi sentimenti, questi suoni…

Supera Coltrane. Supera le tonalità tradizionali per abbracciare una concezione modale e, alla fine degli anni Cinquanta, nel 1959, il grande ritorno con Miles.

Lui, Coltrane, ora era davvero purificato e, forse, in tutti i sensi. Nel ‘56 Miles lo aveva preso a pugni, si era arrabbiato con lui: era fatto di eroina un po’ troppo spesso, in condizioni psicofisiche devastate un po’ troppo spesso e un po’ troppo spesso in ritardo. Miles genio irritabile lo prese a pugni, John si chiuse in casa senza eroina, senza nessun’altra droga, un taglio netto ed improvviso: cold turkey. Aspettò che passasse. Passò.  

Coltrane allora ri-nasce, diverso, più maturo e Miles lo rivuole al sax per Kind of Blue, con Julian “Cannonball” Adderley al sax contralto, Bill Evans al piano e Wynton Kelly al piano (in Freddie Freeloader), Paul Chambers al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria che affermò: «questo album dev’essere stato fatto in paradiso!» …

Per arrivare a vedere allo stato puro ciò che abbiamo scoperto…

Si ubriacava e si faceva di sola musica ormai, Trane, non c’è più lo stacco tra l’uomo Coltrane e il musicista. Appassionato e appassionante (Blue Train, 1958).  Le sue esecuzioni durano moltissimo («Togli quel sax dalla bocca!» gli diceva, del resto, lo stesso Miles Davis, rivolgendogli un consiglio pratico, quando Trane si scusava perché non riusciva a concludere gli assoli) e già dai tempi – 1956 quasi subito dopo la “cacciata” di Miles –  in cui lavorava con Thelonious Monk, lui, Trane, sperimentava, passava con Monk ore ed ore a conoscere non solo tecniche musicali, ma soprattutto sensazioni, «ogni giorno imparavo da lui qualche cosa: per mezzo dei sensi oltre che teoricamente e tecnicamente», parlava con Monk di problemi musicali, lui si sedeva al piano e rispondeva suonando. 

In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo…

Forte dei propri mezzi, Trane approfondisce la ricerca armonica e la poliritmia.

Coltrane, quello più tardo è difficile. Ma sempre denso, appassionante. Prega e invoca, “canta” molto molto seriamente, si avverte con quale profondità sente la musica, con quale potenza e allo stesso tempo con quale intimità.  Pensiamo al 1964-65 quando registrò A Love Supreme (il disco più venduto nella categoria del jazz) o Ascension, ipnotica profondità, ascesa mistica in quattro brani, trionfo del modal jazz, quello che in seguito forse non troverà più altre strade e genererà miriadi di imitatori ed epigoni. Prevale la lunghezza nelle sue esecuzioni, un solo pezzo si protrae anche per tre quarti d’ora, è passionale ed incredibile la padronanza tecnica che Coltrane ha dello strumento.    

Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo…

Vuole esprimere, Trane, un ricco e complesso mondo interiore di vita vissuta, spiritualità profonda, amore, amore supremo, così come quello per Naima, Naima, pezzo struggente (Giant steps, del 1960) dedicato alla sua donna: Naima nel suo cuore e nella sua anima.

Nell’ultima parte della sua opera, si sente l’urgenza tremenda che lo spinge a dire sempre di più, a   raggiungere mondi ancora inesplorati. E la tempesta dei suoni che genera in quella fase è inaudita. Una ricerca che è uno scavo nella propria identità di uomo e di afroamericano. Anche negli esperimenti più estremi (se pensiamo in particolare ad Ascension), disperati e quasi temerari, Coltrane mantiene sempre il senso delle proprie radici nel blues, mentre l’allargamento degli orizzonti spirituali lo conduce ad un curioso sincretismo che accoglie tanto il grido tumultuoso e lacerante quanto il raccoglimento estatico.

Nel 1967 esce Expression, considerato il disco spartiacque che segna la scelta del free jazz. Una sorta di rituale in cui gli assolo dei singoli musicisti sono inframmezzati da improvvisazioni collettive, un caos ribollente che può affascinare o addirittura provocare anche repulsione, se pensiamo che anche i tecnici stessi del suono cominciarono a gridare durante le sedute d’incisione!  (Arrigo Polillo l’ha paragonato alla Sagra della Primavera di Stravinky per l’impatto rivoluzionario che provocò nel mondo musicale).

Questi forse sono gli aspetti più evidenti nell’ultima fase della sua carriera. Prima della sua morte prematura (17 luglio ‘67). Il 16 luglio 1967 Trane andò da solo in un ospedale di New York, ci andò a piedi. Morì il giorno dopo. E lui, un uomo gentile, mite, spiritoso, discreto, dolce, dalla grazia (e qui s’intenda nella sua accezione originaria del termine di forza sovrumana, forza di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi…) quasi divina, ci andò con l’idea che da quell’ospedale sarebbe ritornato vivo.

Coltrane brillante, buono, ironico, Contrane anche enigmatico, lo stesso Miles affermava di non conoscerlo sebbene la loro collaborazione e il loro rapporto di amicizia fosse stato lunghissimo.

Un giorno Elvin Jones – con cui celebre è il duetto Vigil – deve uscire con una ragazza e chiede a Trane di prestargli la macchina. Esce con la ragazza, la riaccompagna a casa e poi ha un incidente: ne esce illeso, ma la macchina è seriamene danneggiata. Allora va da Coltrane e, desolato, gli racconta il misfatto. Coltrane gli dice: «la macchina posso anche ricomprarla, ma di Elvin Jones ce n’è uno solo!».

E mi piace quindi, finire così. Anche se… «non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare. Nuovi sentimenti da sperimentare…».

Ilenia Beatrice Protopapa

 

 

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