
LOHENGRIN. UN RACCONTO DEL GRAAL
27 novembre 2025, Teatro dell’Opera di Roma
Roma, Teatro dell’Opera: Il direttore, Mariotti, dirige una compagine anagraficamente matura di solisti molto assortita geograficamente. Abbiamo due russi (Lohengrin e Ortrud), una Statunitense (Elsa), un Inglese (il re), un Islandese (Telramund).
Comincio col dire dell’ eccellente prova sia dell’ orchestra del Teatro dell’Opera che del coro, benissimo preparato da Ciro Visco. A “soli” 46 anni, Mariotti dà una splendida lezione di orchestra wagneriana, ovviamente con lo strumento a disposizione, di una compagine da molti anni poco esercitata in questo tipo di repertorio; ma preparata, per l’occasione, benissimo.
Si tratta di un lavoro realizzato tra i 29 e 36 anni del compositore, dove, giustamente, bisogna far sentire un’ atmosfera a sfondo “latino”, luminosa e lirica, ancorché sacrale. E’ quanto riuscì benissimo, orchestralmente parlando, a Bayreuth nel 54 a Jochum e nel 58 a Cluytens. Fu anche felice il 46enne Karajan, come a Vienna nel 62 Rudolf Kempe.
Questo discorso ci porterebbe molto lontano: è sempre esistita una parte di grandissimi interpreti della musica wagneriana a matrice lirica, in contrapposizione al taglio epicheggiante che in certe epoche ha avuto maggior fortuna sui media.
Da Boulez in poi, a cominciare dal 66, prende piede un taglio più lucido, analitico e psicotico. Molto ricco e stimolante, con esiti anche superbi, ma, obiettivamente, di non facile comprensione profonda.
Indipendentemente dall’ eterogeneità geografica del Cast, posso dire che ognuno dei protagonisti principali ha cercato, con il proprio strumento, di aderire alla visione del direttore.
Personalmente ho trovato, ma mi succede spesso da un po’ di tempo, diciamolo facile, i “cattivi” più bravi dei “buoni”, ovviamente virgolettato. Tomas Tomasson è un Telramund inizialmente fiero e leale; ma è solo una crosta: è completamente succube della lucidissima malvagità della moglie Ortrud (ricordate la eccezionale Malefica 59 di Walt Disney ne “La bella addormentata”?).
Nel secondo atto tra ambizione frustrata, impotenza, invidia, questo Telramund viene totalmente soggiogato fino al terrore davanti all’ erede il ragazzino Gottfried, quando realizza il fallimento del suo piano tagliandosi la gola, l’ultimo atto di sadismo su un corpo già piagato dal male. Voce un po’ stagionata e asciutta, ma interprete splendido. Esattamente il contrario, complementare, a quanto esibisce Ekaterina Gubanova, come appunto, Ortrud (Malefica?). Strumento integro, di colore freddo, saldo, con un Ego smisurato, pagana e determinata fino alla fine, all’ annuncio del suo messaggio spietato e inumano.
Molte cose, a partire dal colore candido e lirico del Lohengrin di Dmitry Korchak, mi sono piaciute. Lo strumento è ancora sostanzialmente integro, le idee sono giuste e corrette: lamento solo, in certi passi, un eccesso di sentimentalismo, forse un po’ querulo, soprattutto nel Terzo Atto. Come interpretazione e accenti, ci sono ancora alcune cose da sistemare: forse, troppo “latino”. La soprano Jennifer Hollowey preferisce la versione di Elsa, più marcatamente nevrotica, psicolabile, ossessiva. Queste caratteristiche ci sono, anche (ripeto anche) nel suo personaggio: ma Elsa è in primis un’ eroina romantica sognatrice, destinata a vedere il sogno infranto, al solito: tuttavia la voce deve anche sedurre e incantare, spesso. A me questo “taglio” troppo psicotico non ha convinto.
Ancora autorevole, pur vocalmente affievolito, il Re Enrico Uccellatore di Clive Bayley, e interessante e valido l’ Araldo di Andrei Bondarenko. Alti e bassi per la regia di Damiano Michieletto. Soluzioni acute (il significato multiplo dell’ uovo sospeso, illuminato in vario modo, nei vari atti, il tema dell’ acqua, il simbolo dell’ adolescente Gottfried), che a me ricorda sia la scena delle Apparizioni in Macbeth (gli eredi dell’ assassinato Banco) sia lo spettro dello Zarevitch che tortura e perseguita Boris, in quella creazione iperbolica che è il “Boris Godunov”. Tuttavia, soprattutto in certi titoli, e certo Lohengrin è in cima, avverto la forte nostalgia degli allestimenti di Wieland Wagner e, in epoche più recenti, uno bellissimo di Werner Herzog.
Con questo titolo e con “Walkiria” a Santa Cecilia forse Roma si sta riavvicinando al genio di Lipsia: certo, pensando ai primi anni 50, nella capitale: Erich Keiber, Wlhelm Furtwangler, Herbert von Karajan, limitandomi alle punte di diamante!!!
Comunque oggi abbiamo Pappano, Gatti, Mariotti, la brava Scapucci. E ce li facciamo bastare.
P.S. Da almeno 20 anni, tra la critica e il cinema, è oramai consolidata la convinzione che alla base dei racconti intorno ad Artù, Mago Merlino e i Cavalieri, ci sia un’ origine molto più remota del tradizionale Medio Evo. E giriamo intorno al Quinto, massimo Sesto Secolo Dopo Cristo, dopo l’abbandono della Britannia dei Romani, e prima dell’ arrivo dei Sassoni pagani.
Alba del Cristianesimo in Nord Europa: e all’ora la tematica sacra del Graal, di Parsifal e Lohengrin, assume ben altro significato.
Domenico Maria Morace.
Direttore Michele Mariotti
Regia Damiano Michieletto
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgo Mattia Palma
PERSONAGGI e INTERPRETI
Heinrich der Vogler Clive Bayley
Lohengrin Dmitry Korchak
Elsa von Brabant Jennifer Holloway
Friedrich von Telramund Tómas Tómasson
Ortrud Ekaterina Gubanova
Der Heerrufer des Königs Andrei Bondarenko
Vier Brabantische Edle Alejo Álvarez Castillo *, Dayu Xu *, Guangwei Yao *, Jiacheng Fan *
Vier Edelknaben Mariko Iizuka, Cristina Tarantino, Silvia Pasini, Caterina D’Angelo
*dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma in coproduzione con Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia e Teatro La Fenice di Venezia
Lo spettacolo è stato trasmesso da Rai 5, Rai Play e Radio 3. In visione su Raiplay.