
Stefano Cazzato, Portala tu, la bellezza, Isolario Edizioni, 70 pp
Poesia, se è ancora lecito usare tale parola, è grazie al cielo comunicare sensazioni o, meglio, emozioni.
La Bellezza: portala dove ti pare, basta che sia il Reale…
Allora lasciamoci andare alle emozioni dei versi di uno scrittore della Magna Grecia (non bastassero le sue riflessioni su Platone) nei suoni della Natura Nuda e della Metafisica delle nuvole, delle ombre al Sole, degli oggetti quotidiani (la tv a tubo catodico che rivela “gigiriva”: sì il “rombo di tuono” re di Sardegna) seguendo il suono dei colori alla Paolo Conte, o Guido Gozzano e Marcello Marchesi ed Ennio Flaiano, non fosse altro che per l’Ironia dei Silenzi e delle Attese, del leggersi dentro come Attilio Bertolucci o Alfonso Gatto, come nella disposizione essenziale delle parole e degli spazi riflessivi, come nei “finali” delle composizioni che rivelano il vero senso del “far bene” nel passaggio esistenziale: dal “sentimento appena palpabile eppure inconsolabile” al “tempo che guardavo le stelle e su alcune ci andavo ad abitare” e “non volevo costruire case sulla roccia ma astronavi per un domani provvisorio” (e qui i pensieri corrono più veloci delle parole) come “se dovesse finire quello che non è mai iniziato”.
Pensando di certo, ma senza pensarci troppo, si allittera, si gioca (anzi, si “giuoca”) con le rime improprie, con i tempi sottili e con i ritmi crepuscolari e divertiti degli elenchi brevi a piacer di consonanze, con la giovinezza e l’antigiovinezza, con la salvezza della Bellezza :“tu porti la bellezza e io la sigaretta e un po’ di festa per rallegrare l’anima che arranca…” (e credo questo il senso: portala dove ti pare, basta che sia il Reale)
Sorridendo ai dubbi irrisolvibili, irremovibili, impetuosi, l’Autore prova a lasciarsi andare senza spettri alle spalle, senza più noie e contraddizioni, non da pungente heautontimorumenos (Terenzio, “il punitore di se stesso”) ma, non del tutto ma prima di tutto, da lirico interprete di ballads, di poiesis, come si sarebbe detto in quella Magna Grecia che è nell’anima consapevole del Sagace Salentino.
Fabrizio Ciccarelli