
DISTRUTTORI DI MONDI: L'ODISSEA DI CHRISTOPHER NOLAN
La scena iniziale di “Odissea” di Christopher Nolan, ci porta in una sala di palazzo Tardo Crestese, a Itaca, intorno al 1.200 AC Di fatto, siamo in piena era “Micenea”, in una delle isole greche.
L'intrattenimento nel mondo di allora è affidato, ci vuol dire il regista, non al canto o alla semplice melodia musicale, ma al più potente e diretto racconto, la Tradizione Orale.
Ovviamente, chi racconta ha a sua volta ascoltato, e per quanto dotato di memoria ferrea, ha scelto bene cosa raccontare (e cosa non raccontare...anche per semplice confusione o dimenticanza).
Creta è il “ponte” naturale tra il Paese del Delta e il Mondo Ellenico Antico, continente e isole comprese. Pur mediati dalla superpotenza marina cretese, elementi egiziani giungono in epoca Micenea. Come peraltro sappiamo di guerrieri egiziani nell'“Iliade”, come da Omero, “Tebe dalle cento porte”. Secoli prima di Platone, più viaggiatori e commercianti greci frequentavano le rive nilotiche, ancor prima che, stabilmente, gli illuminati faraoni della Dinastia Saitica, la 26ma, concedessero molte basi portuali sul Delta, nel Settimo Secolo AC
Debbo dire che un film come “Odissea” si esprime al meglio solo in una sala cinematografica, con uno schermo almeno di media grandezza, perché, come tutti i più recenti film di Nolan, almeno da “Dunkirk” a “Oppenheimer”, è espresso desiderio del regista con l'uso integrale della tecnologia IMAX, costosissimo avvolgere lo spettatore.
Per condividere le angosce dei soldati inglesi sospesi tra vita e morte, là; e qui in mezzo alle tempeste scatenate da Poseidone e ai mostri terrificanti partoriti dalla fantasia del team di anonimi scrittori che in circa 150 anni realizzarono “Odissea”, pubblicato in versione definitiva greco-classica ai tempi di Pisistrato, fine Sesto Secolo AC coniando come autore la variante del nome cantastorie”...appunto Omero.
Naturalmente, per quanto imponente e coinvolgentemente cupa sia la pellicola, si tratta sempre di una scelta di passi personalissima, solo 5/6 principali. D'altro canto conoscete film da sala cinematografica che hanno riproposto tutti gli episodi di “Iliade”, “Odissea” o, forse anche peggio come diversità e complessità, “Divina Commedia”...ripeto...in Sala Cinematografica?
Tra i protagonisti greci, ovviamente Ulisse a parte, l'attenzione si concentra in primis su Penelope e Menelao. Questa regina, mantiene l'impronta altera e scaltra, in parte; ma quello che più colpisce è la sua ossessione per le notizie, da più parti giunte, dei “Popoli del Mare”, che fin dall'inizio minacciano Itaca e molte altre isole e città. Ci sta la percezione, per ora intermittente, di un futuro molto incerto, in generale, e, nello specifico, in mano ai Pretendenti, che, nel migliore dei casi, sono persone opportuniste e viscide.
Oltre la constatazione di una congenita fragilità di Telemaco, figlio adorato, e nello stesso momento compatito.
Il viaggio del giovane a Sparta, da Menelao ed Elena, è il viaggio alla ricerca di una identità nuova: “non mi hanno raccontato quello che mio padre ha fatto, ma mi hanno raccontato chi mio padre era”: il bisogno del figlio di un riferimento assoluto (“Amore Devozionale”, direbbero gli psicologi: la viscerale necessità di un Modello; magari anche per superarlo…o distruggerlo).
Così, quando il signore di Sparta consiglia con vivo affetto di tornare a Itaca per Organizzare la difesa dai “Distruttori di Mondi”, il povero giovane ha un problema ulteriore. I nemici interni, I Proci, prima ancora dei nemici esterni.
Per la verità, i primi enormi problemi già nascono alla partenza per Troia: secondo Nolan Agamennone è l'incarnato dell'uomo dominato e risucchiato dalla “religio”, avrebbe detto Epicuro;
e il sacrificio di Ifigenia, secondo il regista, è assolutamente accettabile e giustificabile nel nome della vittoria sui Troiani e del colossale bottino conseguente.
La prima scena di “Iliade” nella grande tenda del Capo dei Capi, dopo 10 anni di fallimentare e dissanguante assedio, vede si lo scontro frontale tra il signore di Micene e Achille, dove si arriva all'insulto frontale e al ritiro dei Mirmidoni dalla guerra.
La ferocia avidità e la maniacale ossessione del primato, lo rendono invisibile a molti condottieri: aver promesso un megabottino ha certamente “drogato” molti signori di città/isole di allora. ma dopo 10 anni così tragicamente sterili, l'entusiasmo si è dissolto. Anche perché i “Superni” nell'Olimpo non voglio per nessun motivo chiudere questa enorme, pur se crudele e sanguinaria, “telenovela”, giocando con spietata ferocia sul campo di battaglia con le passioni umane, il loro vero divertimento.
I Greci sono tutti vestiti in nero o blu notte: i Troiani in bianco.
Una volta i colori dei costumi raccontavano moltissimo di quale dovesse essere il messaggio subliminale per il pubblico, dei diversi attori e attrici. Certo, dagli anni '50 e '60, molta acqua è passata sotto i ponti, ma Nolan riprende in alta percentuale i messaggi psico-caratteriali della cromia dei costumi, nelle varie scene ed anche dello stesso personaggio.
Vale per i toni cupi, diversamente cupi, nella sala del palazzo di Itaca, a inizio opera, e la diversa, sospesa, inquietante e misteriosa, intorno alla mattanza, al disvelamento dell'eroe tornato.
“Il Lutto si addice a Elettra”, recita il dramma di O' Neil 1930/31. Così come nella “Elettra” Straussiana (Richard Strauss 1909); come scrive Hofmannsthal: “Agamemnon…wo bist du, Vater!” (“Agamennone…dove sei finito, padre) urla Elettra.
Lo iato, lo squarcio dell'assenza del Riferimento Devozionale dell'Altro, dilaniato dalla moglie madre Clitennestra per il feroce sacrificio di Ifigenia, mai perdonato.
Questo Agamennone Batmaniano enorme, ovviamente nero abisso, a parte una cresta aurea, a mio parere, proprio per il fatto che parla pochissimo e appare solo 4 volte per pochissimo tempo, ne fa davvero l'incarnato all'iperbole dell' Arroganza, dell' Avidità, della sete di Potere Assoluto. Certo, sappiamo essere stato il “motore” della Guerra di Troia, oramai da decenni dati per certa, pur se su scala molto meno “Overloard 1944”, come in “Troy”.
Ma, al di là del leader riconosciuto, pur con molti contrasti tra gli altri condottieri...questo Ulisse prono sempre ad Comandante in capo, prima mi ha stupito...poi ho compreso: secondo il regista, è attraverso la volontà e l'astuzia del protagonista che si sbloccherà l'infamia dei 10 anni di assedio inutile. Ulisse è indispensabile, ma a corroborare e motivare il protagonista serve una superiore presenza, almeno altrettanto determinata e paranoica, nella sua insaziabile avidità.
Elena è anche essa diversa...potrei dire...con Omero...”Giove è dagli Etiopi”: dopo l'ennesima sfuriata di gelosia di Giunone, dagli Etiopi ha portato due principesse sorelle, Elena e Clitennestra. Entrambe figure tragiche, sfigurate nel corpo e nell'animo.
I “Popoli del Mare”, l'ossessione di Penelope e dei sopravvissuti a Troia, hanno anche devastato l'Isola di Circe. Il suo palazzo è a pezzi, e tutto denuncia abbandono dopo un furioso saccheggio. Questa Circe nolaniana è una donna, certo molto speciale, dotata di caratteristiche uniche. Ma, pur conservando certe prerogative da Maga, è la donna che ha subito un trauma devastante a livello psichico. La brutalità dei saccheggiatori le ha sviluppato un odio feroce contro tutti gli esseri umani di sesso maschile, degradati a livello animalesco e demenziale, in nome di avidità e bottino.
Menelao, pur avendo subito il trauma della morte del fratello e delle vicende mostruose delle sorelle regali, e pur soffrendo acutamente l'assenza di Ulisse, si sta organizzando per respingere la “Orda Barbarica” (ricordate “Il Gladiatore”, primo duello nell'arena?), e consiglia insistentemente Telemaco sull'organizzare la stessa cosa a Itaca.
Ma Itaca è molto “malata”: la lunga assenza del protagonista, la difficilissima situazione di Penelope, l'arrogante violenza dei Pretendenti, e la tragica scarsità di persone fedeli e affidabili.
Il nemico di Menelao e Sparta ora viene da fuori, quello di Itaca viene da dentro: è un male oscuro, che sembra incurabile...se non con seconde nozze, totalmente politiche, senza un milligrammo di sentimento.
Il protagonista è divorato da rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Un po' più sotto controllo con Circe, profondamente malinconici e dolorosi con Calipso. Veramente cupi e tragici prima di rivelarsi apertamente alla moglie. ("Siamo noi i distruttiri di mondi"). Certo, diversissimo dalla baldanzosa e sfacciata arroganza di Kirk Douglas in “Ulisse” (1954), come dalla sottile e livida perfidia di Bekhim Fehmiu Rai 1968.
A mio parere, Matt Damon ha capito la visione del regista, e la condivide. Tanto in “Oppenheimer” è un generale duro, mentalmente rigido e totalmente asservito alla causa dell'immancabile vittoria finale, quanto qui la percezione continua di essere l'ultimo sopravvissuto di una generazione e di un modo che va in pezzi.
Telemaco è il classico nobile giovane “dalle belle speranze”, illusorie e fragili come il suo aspetto e la sua totale incapacità guerriera, per fortuna (non solo...ma anche) un po' “il cocco di mamma”. Tuttavia, a parziale riscatto, da Menelao almeno ha saputo del valore del padre e al momento del ritorno scattano le genetiche furbizia e complicità, se si vuole “geni di famiglia”.
Se Ulisse rappresenta la fine dell'Epica Arcaica in Grecia, Telemaco è la (triste) alba del Medio Evo Ellenico, che si trascina per 5 secoli. I Popoli del Mare hanno portato la devastazione in tutto il Mediterraneo Orientale, dove si trovavano i regni più ricchi e attrattivi. Vero è che due volte hanno tentato con l'Egitto e due volte ne sono usciti con le ossa rotte. Prima con Merenptah, poi con Ramesse Terzo. L'Egitto si salva...evviva...ma intorno è ovunque desolazione, dal Libano e Palestina, fino al Sud Italia.
Trovo la ricostruzione storica, ovviamente intorno al 1.200 AC, molto centrata come sfondo. Che si tratti di ambienti chiusi, di costumi, di navi, Nolan è almeno allo stesso livello della maniacale e perfezionistica ricostruzione del “microcosmo Titanic”, di James Cameron.
Purtroppo di questo retroterra storico e di costume quasi nessuno ha parlato; più o meno come 30 anni fa la massa (la “nera infinita umanità” di Turandot) ricorda, e deve solo ricordare, Jack e Rose: “Romeo e Giulietta sull'Oceano”.
Ho sempre detto che “Titanic” è un film “multistrato”, ma c'è moltissimo altro, moltissimo oltre.
E vale la stessa cosa per “Odissea” di Nolan. Dopo 3 visioni integrali, oltre 9 ore, credo di aver compreso molto, ma non tutto: oltre alla visione in originale, che potrebbe anche ribaltare l' “immagine” dei protagonisti, come da doppiaggio nazionale.
Ci sono grandi film che si amano subito, a pelle, a sentimento, a emozione, e ci sono pellicole come questa, che si mettono perfettamente a fuoco dopo ripetuti ascolti (vedi anche “Oppenheimer”).
Nolan è uno dei massimi registi della nostra epoca, che spiazza, provoca, fa discutere, al limite litigare, ma che lascia il segno. Stimoli a raffica. Finora.
Domenico Maria Morace.
DISTRUTTORI DI MONDI: APPENDICI
POPOLI DEL MARE: postulato di partenza: come in “Titanic”, il regista si mostra attento alla ricostruzione storica, aggiornata alle più recenti riformulazioni.
Tra la fine del 13mo Secolo e l'inizio del 12mo, AC (1.210/1175 circa) abbiamo, fatto salvo il regno dei Faraoni, un rapido crollo di civiltà, in quasi tutto il Mediterraneo Orientale. E anche il Sud Italia (futura Magna Grecia) ne viene toccato. Per ciò che ci riguarda come Europei, diciamo che si assiste al crollo del Mondo Miceneo.
Questo insieme di popoli, attratti da regni/città particolarmente ricche e floride, avidi di bottino, e insieme dotati di una forza militare magari solo brutale e crudele, ma devastante, fa terra bruciata in molti punti di (cartina geografica attuale) Turchia, Cipro, Costa Siro-Libanese, Palestina, penetrando alquanto anche nei territori interni.
La preda più “succulenta” resta il regno dei Faraoni, fine 19ma inizio 20ma Dinastia. Due assalti a circa 30 anni di distanza, sono entrambi fallimentari. Intorno al 1.210 uno sbarco nei pressi del Delta nilotico e il miraggio delle ricchezze di Menfi portano ad una rovinosa sconfitta dei Popoli del Mare ad opera del figlio di Ramses Secondo, Merenptah pare che in poche ore ne abbia massacrati a migliaia e, sempre in poche ore, ne abbia incatenati prigionieri altre migliaia. I carri egiziani sono molto veloci e gli arcieri egiziani erano “crudelmente” celebri.
Probabilmente dopo questo primo “tragico” assaggio l'attenzione dei razziatori si rivolge ad altre prede, meno impegnative: e, appunto, passano 30 anni, di saccheggi, razzie, assedi, morti e distruzioni. Manca ancora la ciliegina sulla torta, appunto il “Dono del Nilo”. E ci si riprova. In 2 diversi e ravvicinati scontri sul Delta, Ramesse Terzo infligge nuovamente una doppia sconfitta, celebrata (ce ne sono diverse tracce) nell'imponente Ramesseum da lui fatto costruire a Tebe.
Molti storici, un po' troppo inclini a vedere sempre limiti e negatività, ci hanno raccontato, per generazioni, che dopo questo ultimo grande trionfo l'Egitto progressivamente si spegne, molto indebolito dallo sforzo bellico. La cosa più vicina al “vero storico” è che magari l'impero dei Faraoni si è ristretto: ma davanti a saccheggi, razzie, assedi, morti e distruzioni, tutto ciò che poteva essere appetibile solo trenta anni prima si è estinto, come dice Ulisse a Penelope.
Lui, vuol dirci Nolan, con il supporto storico archeologico più recente, rappresenta l’ultima generazione dell’ Età del Bronzo (un po’come Costantino, che dà una sterzata decisa in favore dei Cristiani, decretando l’inizio dell’ Impero Romano Cristiano, dove il nuovo credo è squarciato da feroci dispute teologiche, che producono massacri di massa, tra gli stessi cristiani, per oltre 2 secoli).
Mi piace molto la decorazione tardo minoica della sala del palazzo di Itaca, decorazione in decomposizione, diciamo in semi abbandono: tutto torna. Come le corrette ricostruzioni di armi, di navi, di costumi. Nolan propone la dea Atena certo al femminile, ma con i caratteri dello Stile Greco Arcaico/Dorico delle Origini, filo-egizio, dei Kouroi (guarda il caso proprio mentre molti greci erano ospitati da Psammetico sul Delta del Nilo, vicino alla capitale Sais!).
Mi ha colpito molto il costume blu di Penelope con ampio collare aderente in oro, molto attillato, nella gara dell’arco finale, evidente modello tardo cretese (riformulato, con un salto di oltre 3.000 anni, nella pittura di un grande del Novecento, quasi dimenticato, Massimo Campigli, quasi un gigante, 3-4 generazioni fa).
La Rai ha nel suo catalogo l’ “Odissea” del 1968 con Bekim Fehmiu e Irene Papas, di Franco Rossi (da cui si ricavò, molto più breve, un film di un certo successo, “Le Avventure di Ulisse”, subito dopo), e il classicissimo, 1953/54 “Ulisse”, con Kirk Douglas, e Silvana Mangano, bravissima sia come sposa nevrotica, amara e disperata, che come sprezzante e gelida Circe.
Tre protagonisti: Douglas mi sembra la piena antitesi di Damon. Certo, sono passati oltre 70 anni!
Tanto il primo è magneticamente istrionico, vitalmente esuberante nella sua autocompiacuta furbizia, quanto il protagonista di questi tempi pur restando furbo e scaltro, rimane interiormente stravolto dall’abbrutimento degli individui nel nome del bottino, della rapina, delle prede, insomma di quella parte ferocemente animalesca che esplode nei conflitti, dove le regole delle relazioni, dei commerci, degli scambi e delle diverse culture, produssero meraviglie che solo una mente depravata ha potuto, nella sua contorta genialità, far saltare completamente per aria.
Forse proprio Fehmiu si è avvicinato di più al personaggio: sempre acuto, originale e geniale: ma anche molto umano negli affetti, come nelle debolezze: anche scaltro e livido a volte, e pure neanche tanto sottilmente perfido. Per me il ritratto con più “Colori”.
E torno, in chiusura, al “Poeta”: Canto Primo, Inferno. Il mitico Veltro e la Lupa, scheletrica e insaziabile, Lucifero è stato sì sconfitto e punito da Dio,ma dal fondo dell’ Abisso inonda il Mondo di Invidia, radice ultima di tutti i mali. E, al caso nostro, campione assoluto di Invidia, delle catastrofi ad essa collegate, Agamennone. “A Troia possiamo fare un enorme bottino” (ovviamente di cui lui si riserva e impone di avere la parte del leone). E tutti giù a seguire il miraggio.
Dieci anni di sangue, dolore, strazio, morti e sconfitte...per cosa? Per chi?
Poi, al culmine della disperazione, un' altra “genialata”, quella del cavallo e, “In una sola notte abbiamo distrutto tutto un Mondo”, non solo Troia ma il Mondo, i diversi mondi dei nostri padri e antenati, le loro regole, le loro leggi, le loro religioni, le loro culture, le loro diverse identità.
Abbiamo fatto il vuoto intorno a noi, e dentro di noi.
Non diversamente da “Oppenheimer”, Nolan, ci interroga, se solo riuscissimo ad andare oltre le banalità ei battaglioni di stereotipi imposti, su qualcosa che ci conviene etichettare come “antico”.
Ma che ci parla ancora dentro, tanto, pur nel timbro di fondo cupo di questa pellicola.
“Distruttori di mondi”; quale è la immagine finale di “Oppenheimer”? Il Pianeta, la cui parte superiore prende fuoco. Oppure la Scimmia che prende coscienza dell'Istinto Primario, alla Crudeltà (2001 “Odissea nello spazio” Kubrick)?