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I filosofi e la musica: Roland Barthes

Il piacere del tasto 

“Il piano è stato nella mia adolescenza un suono continuo e lontano; avevo una zia che era maestra di pianoforte, in provincia, a Bayonne: dalla mia camera, o meglio, rientrando a casa attraverso il giardino, sentivo echeggiare scale o frammenti di pezzi classici”.

 

In “Piano Souvenir” (Scritti, Einaudi,1998, p.457,8) il pensatore francese Roland Barthes ricorda di avere ancora nelle orecchie, come in una specie di anamnesi platonica, il suono di quel piano e di provare, nei confronti di quel suono, un secondo ascolto, un ascolto a distanza, indiretto, sovrapposto, ma non meno intenso e coinvolgente di quel primo ascolto. E aggiunge che tramite quel piano sente risuonare la sua infanzia, la sua casa di Bayonne, la luce di Sud-Ovest.

Potere evocativo della musica, della giovinezza, della memoria, del tempo perduto o del pianoforte? Barthes non ha dubbi: il pianoforte è un trascinatore di sensazioni, un fenomeno sensoriale capace di nutrire l’esperienza interiore. “Pochi oggetti sono altrettanto ricchi di funzioni, di immagini, di senso”; pochi strumenti sono così artistici eppure così capaci di produrre altri percorsi, altri rimandi, “altri ascolti che non siano quello artistico”.  Una scala, più di una frase, ha il potere di provocare “un’ immersione negli affetti”.

Esperienza incomparabile, dunque, è quella di chi ascolta suonare un pianoforte. E ancora più incomparabile è l’esperienza di chi lo suona: “la sensazione che dà il contatto con i tasti d’avorio, sensazione completa e complessa, data dal tocco di una superficie dolce e salda, liscia ma non scivolosa”.

Naturalmente c’è tocco e tocco ma il messaggio, se si vuole coglierlo, è chiaro: in principio furono il suono e il verbo. Non tutto è parola, letteratura, scrittura.  Oltre al piacere del testo esiste il piacere del tasto. 

Stefano Cazzato

 

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