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Daniele Malvisi Six Group

Virtuous Circles of Miles Davis

Alfa Music 2015

Com’è possibile interpretare Davis senza evitare di farne una lettura strettamente filologica? Come interpretare le singolari costruzioni musicali che egli è stato in grado di pensare al di là degli stili preesistenti e dei gusti del suo tempo?

 

Molto spesso, fra amici musicofili ed addetti ai lavori, ci si chiede quali siano gli artisti impossibili da reinterpretare “volendo suonare come”, ed il nome che più frequentemente appare è proprio quello di Miles, “l’inimitabile”.

 

Effettivamente, sia dal punto di vista tecnico sia dal lato emotivo, il demiurgo di Alton come può non apparire unico e solo, specialmente nel repertorio che il Malvisi Six Group “osa” affrontare, chiosare, illustrare, eseguire, parafrasare, o, più semplicemente, suonare?

Bel coraggio, dunque, a mio parere. E tanto basterebbe per elogiare chi ha avuto il coraggio di intraprendere questo “confronto-affronto”, peraltro privo dello strumento portante (la tromba) con opzione invece per il sax, ottone che possiede potenzialità immense ma diverse, molto diverse , e che Malvisi rende laconico, amabile e scontroso, aggressivo e roco, meditante e assoluto come al Dark Magus sarebbe garbato.

Vista la tracklist, inoltre, si pensa all’audacia se non alla sfrontatezza del confrontarsi con gli arrangiamenti di pentagrammi e con lo straordinario solismo  allo stesso tempo disinvolto e incredibilmente denso di metafore stilistiche, traslati hip hop-rock- funk in figurazioni hard bop traboccanti d’energia, come nell’onirica e impetuosa “Nardis”, nella prorompente e vertiginosa “Solar”, nella vorticosa e passionale “What it is”, geniali melodie alternate a doppie visioni poliedriche, visionarie ed elusive (la duplice lettura di “Milestones”).   

In tale esuberante performance, naturalmente favorevole alla fusione di generi diversi, non appaiono sacche di resistenza, non si oppongono climi consueti. I Live Electronics, gli impetuosi e caustici magneti delle due chitarre che rendono quanto mai attuale il carisma acido e prepotente dei quintetti con Mike Stern e John Scofield, il drumming agile, le elastiche immagini del basso, danno idea di un disegno originale e corale, che assimila memorie spingendosi in un futuro possibile che veda nelle voci originali “son of a bitch” e “mother fucker” di Miles riportate nell’incipit dell’imponente mélange di “Jean Pierre” un piano narrativo dove le timbriche notturne ed i vibranti flussi metropolitani si fondano in un collage sciolto dalle difficoltà intellettualistiche dei molti epigoni di “We Want Miles”,“Decoy” e “You’re Under Arrest”.

La conclusione “virtuosa” dei volteggi estetici del “principe delle tenebre” è giustamente intuita nell’astratta intraprendenza delle origini (“Blue in green”), perfetta per quel “demonismo blues” che allontanò in modo definitivo dalle Notes l’insignificante bizantinismo accademico di chi rese – e tuttora rende- il jazz come fanfara- filastrocca- filippica o, se si preferisce, cazzata per opinioni avventate.

Fabrizio Ciccarelli

All composed by Miles Davis

Arrangements: Daniele Malvisi

Daniele Malvisi Sax and arrangements

Giovanni Conversano Guitar

Andrea Cincineli Guitar

Gianmarco Scaglia Double bass

Paolo Corsi Drums & percussions

Leonardo Cincineli Live electronics

Production supervisor Fabrizio Salvatore

1 Nardis 10.23

2 Milestones (New) 9.06

3 Solar 6.29

4 Milestones (Old) 8.25

5 Jean Pierre 7.30

6 Pfrancing (No Blues) 6.56

7 What it is 7.22

8 Blue in green 5.26

 

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