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Antonio Fresa, Piano verticale, The Writing Room 2019

 

Sottili ondate di emozioni per questo nuovo album del pianista e compositore Antonio Fresa, Piano Verticale, una performance che non permette distrazioni a chi ascolta poiché il suo modo d’intendere la classica contemporanea (e mi permetto l’ardita definizione) è densa di tanti istanti multiformi e variabili stilistiche, tenute assieme da un modus operandi estremamente fluente, sottile, coerente nelle strutture musicali davvero coinvolgenti per sentimento e rimandi culturali importanti ed essenziali, se si vuol trattare di Note Contemporanee al di là d’ogni banale ed inutile distinzione di genere, di forma, di linguaggio.

Giunge, gradevole e metafisica, l’orma raffinata e geniale di Philip Glass attraverso un pianismo assorto, crepuscolare, immaginario, narrativo, viaggiante, esplorativo, perfettamente in linea con quanto già espresso dal Fresa come autore di musica per il cinema (con piacere ricordo “Gatta Cenerentola”, premio per la miglior colonna sonora al Festival di Lisbona, “L’Arte della Felicità”, European Film Awards 2014 e “Goodbye Marylin”, evento speciale alla Mostra del Cinema di Venezia). Musica per il cinema, laddove il Suono narra l’Immagine, e con l’Immagine prende luce dando luce alla visione, alla visionarietà, al riconoscersi negli istanti in cui ci si immedesima inevitabilmente (e per fortuna, causa artis) con i frames della pellicola, o, come in questo bellissimo Piano Verticale, negli Idilli, nelle Metafore quasi visive, nelle Sonate brevi e meno brevi di un artista dalla profonda sensibilità, dalla quiete incessante dettata dall’inquietudine.

Potremmo dire Chopin, oltre che Glass, o anche Debussy ed il jazzistico andare di Keith Jarrett o Brad Mehldau. Ma nulla tangerebbe l’originalità poetica ed il vibrante impressionismo di brani come Inner Life (intensa iridescente nebulosa in quartetto con Marco Pacassoni al vibrafono, Armand Priftuli al violino e Stefano Jorio al violoncello), Tra sette anni (valzer in solo elegantemente posto in essere da una lirica fluttuante e autodescrittiva), Cinque (excursus ai bordi dell’alba e del tramonto dal magnifico documentario “5 pezzi semplici” di Stefano Incerti: ed ecco che non può non tornare al cuore il Philip Glass per il capolavoro collage “Koyaanisqatsi” di Godfrey Reggio), Mio padre (tenue agitato sinfonico scritto per il film “Core & Sang” di Lucio Fiorentino), El Campo (struggente malinconico autunnale dall’omonimo film di Hernan Belon), Ispirazione ( orizzonte elegiaco in duo con Luca Aquino alla tromba), Hanami (più di un passo nell’argento apollineo per pianoforte da Beethoven a Bill Evans), sino alla conclusiva Perdita, composta per la short series “L’antico presente” di Lucio Fiorentino, elegia minimalista a giusta chiusura di un chiaroscuro incantevole e seducente, chiosato (ed è bene dirlo) dagli Haiku di Lorenzo Marone paginati nel booklet:

Nelle nottate

a sussurrarmi di te

un suono fine (“Ispirazione”)

Riverberano

Sulle mie pupille

I tuoi gesti (“Mio padre”)      

Fabrizio Ciccarelli

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