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Ohm Guru, The End Is The Beginning, Irma Records 2020

Eclettico musicista e produttore, Riccardo Rinaldi (Ohm Guru), dopo molteplici esperienze nell’ambito dell’Acid Jazz, della New Wave, della Techno, del jazz Chillout e di tanto altro, pubblica The end is the beginning, un album che riflette i caratteri essenziali del suo intendere il Suono. Si tratta di una performance ricca di sfumature plurime e molto originali, ben arrangiato ed eseguito con bravi musicisti e, soprattutto, con voci di sicuro spessore; una performance libera da vincoli stilistici, raffinata, piacevolissima e avvolgente, che raccomandiamo a tutti coloro che amano la Musica a 360 gradi  e che intendono conservare nella propria bacheca dei preferiti brani da ascoltare e riascoltare. Complimenti all’Ohm Guru innovatore spontaneo perfettamente consapevole del contemporaneo.

Circa le nostre considerazioni è Riccardo-Ohm Guru a rispondere.

D.Ohm Guru come alter ego? OHM come l’unità di misura della resistenza elettrica o assonanza con l’OM del concetto d’Assoluto della filosofia indiana…Oppure tutt’e le due cose?

R.La vita è proprio strana. Eravamo nel 1994 e nella cantina bolognese dove lavoravo (un bello studio, ci avrei registrato da lì a qualche anno Neffa e i messaggeri della dopa e Sud Sound System) si presenta un caro amico con un sintetizzatore non funzionante. Visto che all’epoca erano cari e non così diffusi , mi sono armato di cacciavite e saldatore, l’ ho aperto e trovato il guasto, richiuso e testato. Il mio amico mi dice contentissimo: “ma sei proprio il guru degli Ohm”(elettrici). E così nasce il mio alter ego. Stavo pensando al mio primo disco e vista la valenza del “ohm” anche nel campo più spirituale ho trovato questo nick perfetto. Eh sì, è il mio alter ego e certi giorni non mi ricordo neanche il mio vero nome.

D.End is the beginning: una fine che è principio, Alfa-Omega?    

R.Sì, lo è proprio. Diciamo che in questo momento della mia vita ho deciso (e finalmente) di occuparmi anche un po’ di me stesso, di quello che volevo veramente. Essere “riconosciuto“ per gli arrangiamenti di ottimi pezzi scritti da altri non mi basta. Mi ha dato tantissima soddisfazione e prestigio, e tra il 90 e il 2010 con questo progetto io e i mei musicisti ce la siamo spassati un bel po’. Poi il tempo passa, fai tanti e tanti dischi per amici e clienti, e quella fame di esplorare nuovi territori ti rendi conto che non è mai passata. The end è mettere un punto. Per poi ricominciare come un sedicenne al luna park.  Non so se sono proprio nei tempi per un beginning, ma è quello che davvero vorrei fare.

D.Non semplice mettere assieme generi musicali diversi con un’unica intenzione, come sembra dagli arrangiamenti. Questa scelta sembra essere in linea con la completezza del Tutto, con la “condivisione” che mi sembra sia parte naturale del suo pensiero…

R.Gli arrangiamenti vengono da soli, non sono un grande musicista, ma la mia testa brulica di idee. Cerco di trasmettere queste intuizioni ai mei (ottimi) musicisti. E in questo caso si è seguito un filo conduttore della leggerezza, dello stile. Quello che succede a fine sessione è che riascolto le cose e mi commuovo, per la poesia che ci sento dentro. Allora so che funziona (per me) e mi sento davvero molto felice. Quello che sentite su The end è la sofferta scrematura di almeno tre volte tanto di brani o arrangiamenti . Se non mi emozionano non mi servono, vanno nel cestino e non ci penso più. Poi dopo la musica viene la parte che mi diverte di più: far cantare le canzoni. E stare dietro al vetro e sentire queste bellissime voci (cito Giorgia Faraone che è l’ultima arrivata in scuderia) ecco, quello è il momento che corona tutti gli sforzi fatti.

D.Perché hai scelto proprio queste hits? Per brevità chiamiamole così, anche se il termine è evidentemente riduttivo.

R.Ho scelto queste canzoni, che coprono davvero tanto tempo “musicale”, solo perché mi emozionano. Sai quella cosa che succede, senti una canzone, compri un disco, scarichi un cd in mp3 del quale non sai nulla. E, magia, senti un pezzo e lo vuoi risentire ancora. Vai su Google e cerchi il testo perché vuoi leggere ogni singola parola, arrivare al cuore del pezzo. E te la canti e te la ricanti in auto, mentre ti fai la doccia. E ti dici “cazzo, perché non l’ho scritta io questa canzone? ”. E quello che puoi fare come musicista e essere umano è omaggiare l’originale creando un legame che attraversa il tempo. Ed è tutto li, non c’è il pezzo famoso o il ritornello bello. È che ti emoziona, sempre. Un anno dopo che è uscito o venti anni dopo.

D.Ti riconosco il merito di aver dato nuova vita a brani di solito eseguiti come semplici cover, ad esempio (e scelgo secondo i miei gusti personali)  Rocket man di Elton John, Wild World di Cat Stevens, Lady Jane dei Rolling Stones e Please Please capolavoro new wave degli Smiths e, a proposito di capolavori, ‘Round Midnight di Thelonious Monk. Quale idea di fondo ha ispirato gli arrangiamenti?

R.Gli arrangiamenti nascono un po’ per sfida. Please please è in tempo dispari e noi lo abbiamo “squadrato”. Però per questo disco in particolare c’è la voglia di fare musica ”dolce“, non aggressiva. Sono troppo senior e viviamo in tempo troppo difficili per affrontare questi arrangiamenti con un altro spirito. Anche se adoro techno e generi più oscuri, ho pensato che dovesse essere un disco “rilassante”.

D.A questo punto mi verrebbe voglia di chiederti il perché di tutte le scelte della tracklist: aggiungiamo  Psichedelic Furs, Stevie Wonder, Asaf Avidan, The National, Punch Brother, Duran Duran, Olive…

R.Sempre scelte di “pancia”. Un brano per un amore perduto, un altro per un live che non scorderò mai. Un altro invece perché ha un testo bellissimo. Un altro ancora perché mi ha sorpreso. La vita è strana e questa tracking è la mia “stranezza”. Amo queste canzoni e amo e odio i pezzi della mia vita che ogni singola canzone rappresenta.

D.Voci femminili molto morbide ad interpretare molti brani, ed anche questo mi sembra un tratto significativo che personalmente ritrovo nella tua filosofia, e non solo musicale.

R.La musica è donna. Ahaha. Anche se canta Barry White la sua canzone è sempre donna. E le voci femminili mi incantano, mi stregano. Raggiungono delle corde che i cantanti maschili non riescono (quasi) mai a raggiungere. Non me ne vogliano i miei bravissimi cantanti, li uso un po’ come dei pugili. Le femmine ti incantano e i maschi te le suonano.

D.Parliamo dei tuoi brani originali,  Green Sky e Juggernaut, un minimal introspettivo e crepuscolare. I primi nomi che mi vengono in mente sono Brian Eno e This Mortal Coil. Una firma finale per l’album?

R.Sì, sono molto introspettivi, un po’ sad. Devo essere sincero: prima non volevo includerli in questo cd, dovevano essere nel prossimo che è tutto di inediti. Poi li trovano così coinvolgenti che li ho inseriti. E dentro c’è tutta la new wave che c’è anche in me. C’è il mio idolo Eno ma anche i Four Tet per esempio.

D.Mondo e musica secondo te…

Il mondo è davvero diventato difficile e intendo di difficile comprensione. Andiamo veloci, andiamo avanti senza farci domande. E nel mio piccolo ho capito che la musica, le canzoni servono a me e spero a tante altre persone per “rallentare“ un poco, e cercare di comprendere un po’ meglio quello che ci circonda. Non abbiamo tante armi di difesa nel mondo in cui viviamo. La musica é una di quelle, ti accompagna, ti salva, ti sveglia. E lo skip dovrebbe essere abolito. Le canzoni vanno ascoltate intere. Purtroppo odio le nuove generazioni, i miei nipoti skippano canzoni ogni 10 secondi. Ecco, questo proprio è quello che non vorrei per il futuro: un mondo dove si può skippare tutto, un film, un affetto, una responsabilità, un brano musicale.

Fabrizio Ciccarelli

Con Ohm Guru le voci Giorgia Faraone, Caterina Soldati “Agrado”, Nico, Dismal, Elisa. Alessandro Garofalo, arrangiatore. Filippo Mignatti (drums), Alessandro Altarocca (pianoforte e contrabbasso), Christian Lisi “Peppone”(basso elettrico), Cesare Cera (percussioni e altro), Marco Rollo (tastiere e pianoforti) Ninfa Dora (cori), Antonino “Woody” Stella  (chitarre elettriche), Brad Myrick (chitarre acustiche), Roberto “Red” Rossi (percussioni), Gianluca Zanca (tromba), Massimo Greco (tromba), Alessandro “Merolz” Meroli (sax baritono e tenore, flauti), Ivan Maffesoni (chitarre acustiche), Marco Prati (chitarre acustiche), Roberto Bartoli (contrabbasso), Flavio Piscopo (percussioni), Andrea Aiazzi (songwriting), Matteo Di Biase (chitarre).

1- This is the song (Punch Brothers),Giorgia Faraone, Massimo Greco, Marco Rollo, Roberto Bartoli, Flavio Pisicopo e Giulio Cantore

2-I’m not alone (Olive), Giorgia Faraone, Alessandro Garofalo, Roberto Bartoli, Filippo Mignatti

3-Lady Jane (Rolling Stone), Caterina Soldati, Filippo Mignatti, Flavio Piscopo, Alessandro Garofalo

4-Love my way (Psychedelic furs), DIsmal, Alessandro Garofalo, Roberto Bartoli, Filippo Mignatti, Flavio Piscopo

5-Rocket man (Elton John), Caterina Soldati, Alessandro Altarocca, Filippo Mignatti

6-Round Midnite (Telonious Monk), Nico, Alessandro Garofalo

7-Save a prayer (Duran Duran), Caterina Soldati, Alessandro Garofalo

8-Wild Word (Cat Stevens), Giorgia Faraone, Alessandro Garofalo, Roberto Bartoli, Filippo Mingatti

9-Please Please Please (The Smiths), Elise, Alessandro Garofalo, Filippo Mignatti

10- I just call to say i love you  (Stevie Wonder), Alessandro Garofalo

11- Green Sky (original), Giorgia Faraone, Andrea Aiazzi, Nino Stella

12- Juggernaut (original), Giorgia Faraone, Andrea Aiazzi, Nino Stella

13- One day (Asaf Avidan)

Dato che è quasi impossibile dire tutto su Riccardo Rinaldi, per chi voglia saperne di più rimandiamo a http://www.music-academy.it/docente/riccardo-rinaldi/

LISTEN ON SPOTIFY: https://open.spotify.com/album/0rKwndHBPBVTRoJXoF7rMK

 

 

 

 

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