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Recensioni

Carol SudhalterCarol Sudhalter

“The octave Tunes” Special guest Vito di Modugno
(Alfamusic 2010)

di Stefano Cazzato Dietro questo disco di piacevole ascolto c’è un personaggio che ha una storia da raccontare. La storia è quella della caparbietà e della passione con cui una ragazza americana, figlia e sorella di musicisti, decide, a un certo punto della sua vita, di studiare il sax e il flauto  e di intraprendere una specie di missione artistica: tenere vivo e trasmettere ai più giovani lo spirito di una musica nella quale crede e alla quale è legata anche per motivi biografici e affettivi (suo padre Al Sudhalter fu un ottimo sassofonista). Quella musica è il jazz degli anni ruggenti, fatto di grandi compositori, di emozionanti orchestre e di canzoni senza tempo come Somewere over The Rainbow che fu votata dalla Recording Industry Association of America come la migliore canzone del secolo. (Le classifiche, come Nick Hornby mostra in Alta fedeltà, valgono quel che valgono, ma è divertente farle soprattutto perché dicono da che parte stiamo). 

Che  lo scopo di Carol Sudhalter (che ha un legame forte con il nostro paese dove spesso si esibisce) sia quello di valorizzare la tradizione compositiva che va dagli anni ’30 ai ’50 e che  sappia perseguire questo scopo con tecnica, esperienza e qualità interpretative non c’è dubbio, come testimoniano alcune caratteristiche di questo disco. Innanzitutto una scelta  mirata del repertorio in cui figurano i nomi che diranno sicuramente molto a chi ama l’età dell’oro del jazz:  Duke Ellington ma anche Harold Arlen, Sammy Fain e Jule Styne;  poi un suono espressivo, caldo e avvolgente; quindi un tipo di esecuzione che Chip Deffaa, nella presentazione del lavoro,  ha definito “rilassato” e “senza sforzo”. Cioè molto naturale e personale.

Pienamente a proprio agio in questo progetto (che comprende una speciale categoria di canzoni che iniziano tutte sull’intervallo di ottava) sono anche gli altri musicisti  tra cui ricordiamo Carlo Barile al piano, Vito di Modugno all’organo e la cantante Marti Mabin, molto convincente nell’indimenticabile standard di Gillespie/Coots You Got to My Head. 

 

di Stefano Cazzato

 

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